Nuova pubblicazione scientifica sulla Sindone: la rivista internazionale peer reviewed Studies in Conservation pubblica nel suo recente numero di settembre un articolo tecnico-scientifico sull’illuminazione realizzata per la passata Ostensione del 2015: “Lighting the Turin Shroud for Exhibition in 2015” https://doi.org/10.1080/00393630.2018.1504442 .

 

Il team multidisciplinare, che nel 2015 ha curato l’illuminazione per l’Ostensione della Santa Sindone, ne è l’autore.

 

I ricercatori dell’INRIM (Istituto di Ricerca Metrologica di Torino) Paola Iacomussi, Giuseppe Rossi, Michela Radis e il docente del Politecnico di Torino, Fabrizio Valpreda illustrano nell’articolo l’approccio scientifico e la tecnologica utilizzata per realizzare l’illuminazione dell’Ostensione del 2015, le difficoltà intrinseche e come sono state superate raggiungendo gli obbiettivi prefissati di

  • garantire la conservazione del tessuto e dell’impronta esponendo la Sindone alla minor dose di luce possibile
  • assicurare la visibilità dell’immagine del corpo, apprezzando la differenza tra impronta somatica, macchie di sangue, bruciature e telo;
  • mantenere la coerenza con la memoria dell’immagine Sindonica dei pellegrini

Ha contribuito all’articolo anche Paolo Di Lazzaro, dirigente ENEA e Vicepresidente del CIS, Centro Internazionale di Sindonologia, in qualità di esperto sull’ossidazione dei tessuti e vincoli conservativi legati all’esposizione del lino alla luce. “Il lino ha la particolarità di essere suscettibile all’ossidazione indotta sia dalla radiazione Ultra Violetta, la stessa che fa si che ci abbronziamo, sia dalla radiazione visibile che, benché meno energetica, può favorire processi di ossidazione i quali a lungo termine provocano un ingiallimento del tessuto”.

“La sfida è stata di illuminare la Sindone con la minor quantità di luce possibile – ci spiega Paola Iacomussi, anche lei membro del CIS –assicurando ai Pellegrini sia la percezione dell’immagine sia la coerenza con la memoria delle diverse foto-riproduzioni. Raggiungere un obbiettivo simile non è così scontato perché ad esempio se si illuminasse la Sindone con una semplice luce bianca, la si percepirebbe completamente verde a causa della lastra di vetro a copertura della teca. Per consentire la giusta percezione del colore abbiamo dovuto utilizzare uno specifico algoritmo per capire quale luce fosse meglio utilizzare”. La sfida è stata raccolta e vinta da questo team multidisciplinare che grazie anche a tecniche di video-mapping realizzate dall’esperto del Politecnico, ha consentito non solo di percepire la Sindone del “giusto colore”, ma soprattutto di utilizzare pochissima luce incidente sulla Sindone, e quindi assicurarne la conservazione e percezione ottimali.

I risultati riportati nell’articolo sono anche stati oggetto di una presentazione orale al Congresso Internazionale IIC 2018, tenutosi a Torino dal 10 al 14 settembre sullo stato dell’arte della conservazione preventiva. “È stata una grande occasione poter presentare il nostro approccio e la metodologia utilizzata – prosegue Iacomussi – a una platea internazionale di specialisti nella conservazione preventiva delle opere d’arte. Il livello estremamente basso di esposizione alla luce ha stupito positivamente gli esperti e mi ha permesso di rimarcare che, a differenza delle collezioni museali, la conservazione della Sindone deve essere considerata su una proiezione temporale secolare in evidente contrasto con altri studi presentati al congresso che invece considerano conservazioni e danni indotti su scale di poche decine di anni”.

Lighting the Shroud of Turin

Lascia un commento

XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>