04
Apr 2019

Era stato scoperto nel 1980, nascosto in una nicchia murata accanto all’altare, durante interventi di restauro della chiesa di San Francesco ad Arquata del Tronto (Ascoli Piceno). Il tessuto di lino, contenente la doppia immagine frontale e dorsale di un uomo crocefisso, è una delle più singolari copie della Sindone di Torino perché realizzata senza dipinti o disegni. Subito ribattezzata sindone di Arquata, rimase custodita nella stessa chiesa di San Francesco sino al 2016, quando il violento terremoto che nell’Agosto di quell’anno aveva colpito tutto il centro Italia, ne rese necessario il trasferimento nella Cattedrale di Ascoli Piceno. Ma come assicurare appropriata conservazione all’oggetto? Su questi aspetti si sofferma uno studio pubblicato il 4 aprile sulla rivista scientifica Radiation Physics and Chemistry, dal fisico ricercatore dell’Enea nonché vicedirettore del Centro Internazionale di Studi sulla Sindone Paolo Di Lazzaro, insieme con i ricercatori Enea Bruni, Cellamare, Gessi, Marghella e Stante.

Per individuare gli interventi necessari a una corretta conservazione del lino, in passato si sono adottati metodi di indagine differenziati in un approccio multidisciplinare. Ma il paper appena pubblicato si focalizza su due ulteriori tecniche: microscopia ottica e microscopia di scansione elettronica associata a microanalisi spettroscopica a dispersione di energia (SEM-EDS). Sottoposti a questi studi, alcuni campioni di fibre di lino della Sindone di Arquata hanno dato informazioni sulla loro morfologia, caratteristiche superficiali, composizione chimica e stato di conservazione.

Analisi con microscopio ottico hanno anche consentito di rilevare alcuni tratti distintivi delle singole fibre, mentre le ricerche su lumen, collocazione e incroci dei fili hanno fatto emergere interessanti caratteristiche morfologiche delle fibrille di lino e microscopiche incrostazioni superficiali. Questi depositi in particolare sono stati sottoposti a ulteriori verifiche, che evidenziato la presenza calcio, silicio, magnesio, alluminio, sodio e potassio dovuti a residui di polvere. Da sottolineare inoltre l’assenza di attacchi biologici da parte di microrganismi, parassiti, muffe o funghi.

Tagli trasversali e altri difetti rilevati sulle fibrille del tessuto ne testimoniano la vetustà. La Sindone di Arquata può definirsi antica, ma certamente assai meno antica della Sindone di Torino sulla quale i difetti e gli attacchi di microorganismi sono nettamente maggiori a testimoniare molti secoli di differenza nell’età.

 

La Storia del telo

Al momento del ritrovamento, nel 1980, la sindone di Arquata recava un prezioso documento a corredo: una pergamena di autentica, con un testo in latino, redatto ad Alba (Cuneo) nel 1655 e firmato da Paolo Brizio, vescovo di Alba, e da Guglielmo Sanzia, cancelliere vescovile. Sul documento si leggeva che il 4 Maggio 1653, durante l’ostensione della Sacra Sindone di Torino, monsignor Brizio stese e fece toccare sull’originale una copia conforme della Sindone, su tela di lino dipinta, larga 5 palmi e lunga 20, che gli era stata consegnata da padre Massimo Bucciarelli, al quale fu restituita al termine della cerimonia.

Massimo Bucciarelli era fratello del vescovo Giovanni Paolo Bucciarelli, nativo di Arquata, che aveva ricoperto in passato il ruolo di segretario di Federico Borromeo, nipote di San Carlo Borromeo, assai devoto alla Sindone di Torino e ‘causa’ del suo spostamento da Chambery a Torino. Infatti, la Sindone era arrivata a Torino nel Settembre 1578 proprio per volere di Emanuele Filiberto di Savoia e con il dichiarato scopo di abbreviare il viaggio intrapreso dallo stesso Carlo Borromeo, allora arcivescovo di Milano, che si stava recando a piedi da Milano a Chambery per venerare la Sindone e sciogliere così il voto fatto durante la peste che aveva colpito Milano nel 1576. La connessione tra Arquata e la Sindone di Torino per il tramite dei fratelli Bucciarelli era quindi sufficientemente delineata.

Nel 1656 il vescovo Bucciarelli moriva, lasciando la copia della Sindone ai frati francescani di Borgo di Arquata che la custodirono nel loro stesso convento di S. Francesco, piegata sotto l’altare ligneo nella cappella che lo stesso Bucciarelli aveva fatto realizzare e che contiene una tela raffigurante S. Carlo Borromeo con il cordone francescano. E appunto qui nel 1980 tornò alla luce.

Per informazioni ulteriori:

https://doi.org/10.1016/j.radphyschem.2019.03.052

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